I resti murari della citta' antica nel parco archeologico di Segesta
I resti murari della città antica nel parco archeologico di Segesta — foto: Derbrauni · CC BY 4.0 · Wikimedia Commons

Il tempio di Segesta è una delle immagini più riprodotte della Sicilia: trentasei colonne doriche in piedi su un colle verde, sole, senza un edificio intorno. È talmente fotogenico che rischia di essere ridotto a cartolina. Dietro quelle colonne c'è però la storia di una città che per quattro secoli fece una cosa con straordinaria abilità: scegliere l'alleato giusto, e cambiarlo quando serviva.

Segesta si trova a pochi chilometri da Calatafimi, sulle pendici del Monte Barbaro. Sapere chi la costruì rende la visita diversa da una semplice passeggiata panoramica.

Chi erano gli Elimi

Gli Elimi erano uno dei tre popoli che gli antichi riconoscevano come originari della Sicilia, insieme a Siculi e Sicani, e occupavano l'angolo occidentale dell'isola. I loro centri principali erano Segesta, Erice ed Entella. Non erano greci, non erano fenici: erano qualcosa di proprio, e questa posizione intermedia ne definì per sempre il destino politico.

Sulle loro origini le fonti antiche raccontano una storia affascinante. Tucidide riferiva che profughi troiani, attraversato il Mediterraneo, erano approdati in Sicilia e avevano fondato Segesta ed Erice. Virgilio attribuì la fondazione all'arrivo di Enea, un'altra tradizione ad Aceste, nato dall'unione della nobildonna Egesta con il dio fluviale Crimiso. Va detto con chiarezza: la ricerca archeologica non ha finora né dimostrato né smentito il legame con l'Asia Minore.

Certo è che gli Elimi furono permeabili alle influenze esterne. Segesta si ellenizzò a fondo: adottò lingua e scrittura greca, coniò moneta su modelli greci, costruì secondo i canoni dell'architettura greca. All'apparenza era una città greca; politicamente restava un corpo estraneo, e i vicini non lo dimenticavano.

L'ossessione: la guerra con Selinunte

A sud, sulla costa, c'era Selinunte, potente colonia greca. Il conflitto per il controllo dei territori di confine si accese già nella prima metà del VI secolo a.C. e non si spense più: non una guerra continua, ma una faida fatta di scontri, tregue e riprese, che condizionò la politica estera segestana per oltre due secoli.

Il punto decisivo è che Segesta, da sola, non era in grado di prevalere. Da qui la sua strategia costante: cercare fuori dalla Sicilia una potenza disposta a intervenire. Il risultato fu che una disputa locale finì per trascinare nell'isola le due maggiori potenze del Mediterraneo.

Prima Atene, poi Cartagine

Nel 415 a.C., in piena guerra del Peloponneso, i Segestani si rivolsero ad Atene chiedendo aiuto contro Selinunte e promettendo di finanziare l'operazione. Atene accettò. Ne nacque la spedizione ateniese in Sicilia del 415-413 a.C., una delle più clamorose catastrofi militari dell'antichità: l'armata inviata contro Siracusa fu annientata.

Segesta ne uscì indenne ma senza aver risolto nulla. Così cambiò cavallo, stavolta con effetti devastanti: nel 409 a.C. chiamò in causa Cartagine. L'esercito punico assediò Selinunte e la distrusse. La rivale storica scomparve dalla scena in pochi giorni, dopo quasi due secoli di conflitto. Segesta aveva vinto, ma aveva anche aperto la porta della Sicilia occidentale a Cartagine.

Il conto arrivò nel 307 a.C., quando il tiranno Agatocle di Siracusa pretese dalla città un contributo economico. Al rifiuto seguì una repressione feroce: molti Segestani furono uccisi o venduti come schiavi. Poi Agatocle rinominò la città Dicheopoli, "città giusta", con un'ironia che dice tutto sul personaggio.

La carta troiana e la lenta fine

L'ultimo capolavoro diplomatico arrivò nel 260 a.C., durante la prima guerra punica: la città abbandonò Cartagine e si alleò con Roma. Qui la vecchia leggenda tornò utile. Anche i Romani si consideravano discendenti di profughi troiani e riconobbero nei Segestani dei parenti: Segesta ottenne lo status di città libera e immune da tributi. Una genealogia mitica trasformata in vantaggio fiscale.

In età romana la città perse progressivamente centralità e il colpo definitivo arrivò con le incursioni vandaliche del V secolo d.C. Il Monte Barbaro però non fu mai davvero abbandonato: in età islamica vi sorse un insediamento con la sua moschea, e in età normanna un castello e due chiese.

Come si legge tutto questo tra le pietre

Il parco archeologico non è solo tempio e teatro: conserva tracce sovrapposte di duemila anni. Ecco cosa cercare durante la visita:

  • Il tempio dorico, edificato negli ultimi trent'anni del V secolo a.C. Guardate le colonne: sono prive di scanalature e il tempio non ha né cella né tetto. Non è una rovina, è un cantiere interrotto.
  • Il teatro, costruito verso la fine del III secolo a.C., capace di circa quattromila spettatori e orientato verso il golfo di Castellammare.
  • L'agorà e la casa del navarca, edificio decorato con prore di nave: segno di una committenza ricca e legata al mare.
  • Il castello medievale, la moschea di età islamica e le due chiese normanne sulla sommità, prova che il colle fu abitato ben oltre la fine della città antica.
  • Il santuario di contrada Mango e i resti delle mura, che raccontano l'estensione dell'insediamento elimo.

La salita al teatro richiede fiato e scarpe adatte, ma è il momento in cui tutto si compone: da lassù si vedono insieme il tempio isolato sul suo pianoro, le colline dell'entroterra e il mare. Si capisce allora perché una città in quella posizione non potesse permettersi di restare neutrale.

Il parco è a pochissimi minuti da Calatafimi, il che consente il lusso più grande: visitarlo presto la mattina o nel tardo pomeriggio, quando la luce è obliqua e i gruppi sono già ripartiti. Per orari e biglietti conviene consultare il sito ufficiale del parco, perché variano con la stagione.

Nel centro storico di Calatafimi Segesta, a pochi minuti da Segesta

Nova Suite è il punto di partenza per scoprire questo angolo di Sicilia occidentale: cinque sistemazioni indipendenti, terrazza panoramica, area break e bike room attrezzata.