Poche colline in Italia hanno avuto un peso simile su una manciata di ore. Il 15 maggio 1860, in una vallata poco fuori Calatafimi chiamata Pianto dei Romani, si combatté la prima battaglia campale della spedizione dei Mille. Durò poco più di mezza giornata e coinvolse numeri modesti, eppure il suo esito cambiò la traiettoria dell'intera impresa.
Oggi quel colle è segnato da un obelisco visibile da lontano. Vale la pena salirci sapendo cosa accadde, distinguendo i fatti documentati dalla retorica depositatasi sopra in un secolo e mezzo.
I fatti: chi c'era e come andò
I garibaldini erano sbarcati a Marsala l'11 maggio. Risalirono poi verso l'interno passando per Salemi, dove Garibaldi assunse la dittatura dell'isola in nome di Vittorio Emanuele II, e proseguirono verso Vita. In tutto circa millecinquecento uomini: i volontari inquadrati come Cacciatori delle Alpi, più alcune centinaia di siciliani, i picciotti, aggregatisi lungo il percorso.
Di fronte c'erano circa tremila soldati dell'esercito del Regno delle Due Sicilie al comando del generale Francesco Landi. I borbonici erano usciti da Calatafimi quella mattina e occupavano la posizione dominante, in cima al colle. Il terreno tra i due schieramenti era organizzato a terrazzamenti agricoli, una successione di ripiani sostenuti da muretti a secco.
Lo scontro cominciò attorno a mezzogiorno con un attacco dei Cacciatori napoletani, contenuto dal tiro preciso dei Carabinieri genovesi e respinto da un contrattacco alla baionetta. Da lì la battaglia divenne una lenta risalita: i garibaldini conquistarono i terrazzamenti uno dopo l'altro, con assalti ripetuti, sfruttando i muretti come riparo tra un balzo e l'altro. Nel primo pomeriggio i borbonici ripiegarono verso Alcamo.
Le cifre delle perdite variano a seconda delle fonti: poco più di trenta caduti fra i garibaldini e un numero paragonabile fra i borbonici, con oltre un centinaio di feriti per parte. Il valore della giornata fu soprattutto politico: sapere che i volontari avevano tenuto testa all'esercito regolare accese l'insurrezione nelle campagne e aprì la strada verso Palermo.
La frase più citata, e quanto è affidabile
"Nino, qui si fa l'Italia o si muore": la frase che Garibaldi avrebbe rivolto a Nino Bixio nel momento più critico dello scontro è tra le più note del Risorgimento. È entrata nei libri di scuola, nelle lapidi, nella toponomastica.
La storiografia invita però alla prudenza: il racconto si basa su testimonianze successive e non trova riscontro nelle fonti immediate. Gli studiosi la considerano con ogni probabilità una costruzione della retorica risorgimentale più che una citazione autentica. È verosimile che Bixio abbia suggerito di ripiegare e che Garibaldi abbia rifiutato; molto meno che la risposta sia stata pronunciata in quella forma perfettamente scolpita.
Anche il nome del luogo è un equivoco
Il toponimo Pianto dei Romani ha alimentato per secoli l'idea di antiche sconfitte romane consumate su queste alture, magari legate alla vicina Segesta. L'ipotesi più accreditata è però molto più prosaica: il nome deriverebbe da piante di Romano, cioè dai vigneti di una famiglia locale che si chiamava così. Il pianto, insomma, arrivò solo nel 1860.
Il sacrario: un obelisco che guarda Segesta
Il monumento-ossario che oggi domina il colle fu progettato nel 1885 da Ernesto Basile, uno dei grandi nomi dell'architettura italiana fra Ottocento e Novecento, e venne inaugurato il 15 maggio 1892 dal sindaco Salvatore Cabasino, alla presenza del generale Paolo D'Oncieu de la Bâtie in rappresentanza del re Umberto I.
Basile lavorò per masse essenziali, perché l'opera fosse leggibile da grande distanza, e curò profili e linee di vista guardando al tempio dorico di Segesta. Il risultato è un obelisco in pietra calcarea grigia estratta ad Alcamo, sobrio e severo.
Sul monumento si trovano due altorilievi in bronzo di Giovanni Battista Tassara, scultore che aveva preso parte alla spedizione come uno dei Mille: raffigurano lo sbarco a Marsala e la battaglia stessa. Completa la decorazione una corona bronzea di palma e quercia. Ma l'elemento che colpisce di più è quello che non si vede: nell'ossario riposano insieme i resti dei caduti garibaldini, dei picciotti e dei soldati borbonici, senza distinzione di parte.
Cosa si vede oggi salendo al colle
La salita è breve e il colle si raggiunge facilmente in auto dal paese, lungo la strada che porta verso Vita. Quello che si guadagna arrivando in cima è soprattutto la comprensione del terreno: si legge in un attimo perché la battaglia andò come andò e si misura con gli occhi la distanza fra le due posizioni.
- L'obelisco in calcare grigio di Alcamo, pensato per essere riconoscibile da chilometri di distanza.
- I due altorilievi bronzei di Tassara, opera di un testimone diretto dei fatti.
- I terrazzamenti sul versante, gli stessi che i volontari risalirono ripiano dopo ripiano.
- L'ossario, dove i caduti delle due parti riposano insieme.
- La vista verso Segesta, riferimento visivo che Basile tenne presente progettando il monumento.
Attorno si apre un panorama ampio sulle colline coltivate. Al sacrario è annesso un piccolo museo dedicato alla battaglia, mentre in paese si trova anche una casa museo legata alla figura di Garibaldi. Per orari e modalità di visita conviene verificare in anticipo presso il Comune di Calatafimi Segesta o l'infopoint turistico locale.
Nel centro storico di Calatafimi Segesta, a pochi minuti da Segesta
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